PERCHÉ UNA FESTA PER I PICCOLI COMUNI?

Il 28 marzo ci sarà la festa dei piccoli comuni. Perché piccoli? Dei tre elementi costitutivi dei comuni (il territorio, la capacità di fare norme e la popolazione) quelli cosiddetti piccoli hanno spesso un territorio più grande di quelli maggiori e hanno la stessa identica capacità di fare norme e di imporne il rispetto. Sono chiamati piccoli solo perché hanno poca popolazione. Ma se gli abitanti continuano a diminuire, perché una festa? Non sarebbe meglio, per bloccare l'esodo, garantire ai residenti quel minimo di servizi che li induca a non scappare dal luogo in cui sono nati? E poi la festa la fanno i sindaci, non i cittadini. Non è la stessa cosa: non è mica vero che la gioia del re è sempre la felicità del popolo. Soprattutto se le comunità vengono sistematicamente impoverite e nessuno reclama. Tutti sanno che nei comuni piccoli i servizi costano di più che in quelli grandi, ma lo stato continua a calcolare i trasferimenti e i tagli (vedi finanziaria 2004) con criteri che hanno a che fare con tutto, tranne che con i costi reali che hanno i servizi nel luogo in cui si erogano. Però, anziché finanziare le gestioni associate dei servizi, dà dei contributi sostanziosi ai comuni che si fondono. Poco importa che le piccole comunità siano quelle che mantengono nella maniera più genuina le culture e le tradizioni locali. L'importante è solo risparmiare soldi. Acriticamente, anche se la conseguenza è l'eutanasia delle culture. E questa opera di demolizione non finisce qui, prosegue su due altri binari altrettanto rovinosi: consentire ai sindaci e agli assessori di sostituirsi agli impiegati (è una norma già in vigore) e prolungare il mandato amministrativo ai sindaci (la legge non è ancora stata approvata, ma siamo sulla buona strada). Consentire, per risparmiare, ai sindaci e agli assessori di fare loro i capi ufficio è come se ai piccoli ospedali si togliessero i soldi per pagare i chirurghi e si desse ai ragionieri il permesso di operare. Con l'aggravante che nei comuni molti assessori/ragionieri già operano. I piccoli comuni hanno bisogno di burocrati specializzati, non di politici caritatevoli. Questi, oltre al guaio di fondere insieme impreparazione e potere, ne creano un altro ben più grave: far credere che a governare un paesino di montagna, o di campagna, o di un'isoletta, sia meglio un avvocato di un montanaro, o di un contadino, o di un isolano. Così si toglie ai cittadini anche una vera loro rappresentanza. Magari per darla, come capita spesso, a un turista di buona volontà. Che, giocando a fare il sindaco, si convince di essere il salvatore del paese. Non meno pericolosa sarebbe l'approvazione della legge che toglie il divieto ai sindaci dei comuni piccoli di ricandidarsi per il terzo mandato consecutivo. In primo luogo perché questo sarebbe il cavallo di Troia per togliere il vincolo anche ai comuni più grossi. E poi perché i sindaci, con tutti i poteri che hanno (ed è giusto che li abbiano), possono essere indotti, nel tempo, a considerarsi i nuovi Signori del comune, bloccando sul nascere ogni dirigenza emergente, sia politica che tecnica. Non è un pericolo remoto, alcuni atteggiamenti diffusi inducono a pensare che ciò stia già accadendo. Hanno tutti gli strumenti per farlo, a cominciare dal controllo dell'informazione che, nei piccoli comuni, è totalmente in mano a loro. Una rotazione in tempi ragionevoli eviterebbe una lunga disinformazione e la conseguente assuefazione. A ciò si aggiunga che le ultime leggi aiutano a professionalizzare la politica. E anche questo non va bene. Se, come si dice, il primo mandato è per la riconferma e il secondo per la gloria, il terzo li trasformerebbe tutti e tre per la pensione. Meglio, molto meglio, tenere il limite. I sindaci-impiegati che sponsorizzano con tanta passione e con tanto accanimento il terzo mandato dovrebbero rendersi conto che la festa, più che a loro, si sta rischiando di farla (ma in un altro senso) ai loro comuni. Con il loro più o meno inconsapevole apporto.