PAROLE O LINGUE BIFORCUTE?

Ci sono due slogan che i frequentatori abituali del nostro sito conoscono ormai fino alla noia: sono quelli di comune-azienda (contrapposto al comune tradizionale) e di comune realizzatore di prodotti e fornitore di servizi (contrapposto al comune curatore di procedimenti).
Purtroppo ogni tanto dobbiamo tornare sui nostri passi per sgombrare il campo dagli equivoci: come si suol dire, non ci siamo fatti capire o qualcuno non ha capito o qualcuno non vuole capire.

Non dobbiamo avere paura delle parole quando sono il manico delle cose giuste: dobbiamo temerle -e reagire- quando vengono usate per nascondere o per nascondersi. E ciò avviene troppo spesso.

Oramai termini come azienda e prodotti (e, con loro, risultati, obiettivi, managerialità, ecc.), sono diventati dei semplici suoni mutuati dal privato e trasferiti nel pubblico dopo averli privati di ogni contenuto o utilità effettiva. Sono rimasti delle espressioni vuote, fatte di mera retorica, che producono solo nuovi e superflui adempimenti, ma che sono assai diffusi perché assolvono bene a due funzioni:

  1. legittimare gli uffici o i consulenti che, riverniciando il vecchio, si atteggiano a Grandi Sacerdoti del Nuovo;
  2. mimetizzare i non pochi politici che non sanno o non vogliono fare ciò per cui sono stati eletti (rappresentare le loro comunità e indirizzare bene l’attività amministrativa con un bilancio-progetto ben dettagliato in Peg), ma che, atteggiandosi a manager efficientisti, pretendono di essere i veri supercapiufficio del comune. E che si comportano come tali.

I politici, i consulenti e i burocrati che si servono impropriamente di questi termini, spesso in inglese -che si capisce meno e fa più fino-, sono poi gli stessi che accusano di ostruzionismo veteroburocratico i funzionari che, sapendo e volendo fare il loro mestiere (gestire bene gli obiettivi), osano pretendere che venga rispettata la loro professionalità e non vogliono essere costretti a calpestare, quando invece occorrono, i procedimenti giusti e la normativa che li disciplina.

Meglio dunque tornare al passato?

Certamente no, significherebbe ripristinare il monopolio della vecchia forma (il comune tradizionale e il procedimento “di legge”) e perpetuarne indisturbata la sostanza (una politica che non programma né organizza, a vantaggio della politica che gestisce nell’arbitrio). E significherebbe soprattutto sopprimere anche l’idea di un nuovo modello organizzativo basato sul comune-azienda che realizza, nel rispetto dei procedimenti adeguati, prodotti la cui necessità e bontà è valutabile dal cittadino/utente.

L’unica via d’uscita – non facile, ma pur sempre l’unica – sta nel dare un’anima giusta alle parole nuove, nel riempire la nuova forma con la sua sostanza, quella per la quale è stata pensata. Senza barare, perché le parole non sono mai biforcute, ma lo sono troppo spesso le lingue che le usano.

In fondo, il cambiamento organizzativo sta tutto qui. Ed è fondamentale rendersene conto, perché se spetta alla politica decidere gli obiettivi da raggiungere, è compito dell’organizzazione far sì che i risultati siano ottenuti nei tempi previsti, al minor costo, con il maggiore gradimento dell’utenza e in maniera che questa possa capire le caratteristiche del prodotto e i modi in cui viene realizzato e fornito. Per questo la scelta giusta del modello organizzativo è fondamentale anche per la migliore riuscita della politica. Non ci pare davvero che sia una cosa così difficile da capire.